“Fatto sussistente ma privo di illiceità” e tutela reintegratoria


L’insussistenza del fatto contestato, di cui all’art. 18 della I. n. 300/1970, come modificato dall ‘art. 1, comma 42, della I. n. 92 del 2012, “comprende l’ipotesi del fatto sussistente ma privo del carattere di illiceità, sicché in tale ipotesi si applica la tutela reintegratoria, senza che rilevi la diversa questione della proporzionalità tra sanzione espulsiva e fatto di modesta illiceità”.


La Corte di appello di Ancona ha confermato la sentenza, con la quale il Tribunale della medesima sede aveva dichiarato illegittimo il licenziamento per giusta causa intimato, in relazione a plurimi addebiti contestati, con la condanna della società alla reintegrazione nel posto di lavoro e al pagamento di una indennità risarcitoria determinata in dodici mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.
Ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza la società, affidandosi a cinque motivi, assistiti da memoria.
Con riferimento al primo motivo (infondato), la ricorrente censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto tardiva la contestazione disciplinare. In linea generale, il principio dell’immediatezza della contestazione mira, da un lato, ad assicurare al lavoratore incolpato il diritto di difesa nella sua effettività e dall’altro, nel caso di ritardo della contestazione, a tutelare il legittimo affidamento del prestatore sulla mancanza di connotazioni disciplinari del fatto incriminabile. Nella specie, la Corte di appello, con una congrua e corretta motivazione, comunque non oggetto di ammissibile censura, ha ritenuto tardiva la contestazione disciplinare, in relazione agli addebiti concernenti il ripianamento dell’ammanco di cassa e la svendita di merce, osservando come, essendo stata informata di entrambi i fatti l’area manager, e cioè la figura apicale dell’azienda nel punto vendita, secondo quanto accertato in istruttoria, era da ritenere che la datrice di lavoro ne avesse avuto piena e immediata conoscenza e ciò anche sul rilievo che il ritardo nella contestazione dell’addebito non può essere giustificato dal fatto che i diretti superiori gerarchici del lavoratore abbiano omesso di riferire tempestivamente agli organi titolari del potere disciplinare in ordine all’infrazione posta in essere dal dipendente.
In merito al secondo motivo di ricorso ed alla contestazione sull’applicazione della tutela della reintegrazione nel posto di lavoro, ritenendo la ricorrente che nell’ipotesi di fatto sussistente ma privo di illiceità, la tutela da riconoscersi a favore del lavoratore dovesse essere soltanto quella risarcitoria, la Corte territoriale ha accertato, in relazione a taluni addebiti, la materiale insussistenza del fatto, così come contestato (quanto al fatto, oggetto di una precedente contestazione disciplinare, di essersi espresso in modo inurbano durante un colloquio telefonico con un rappresentante sindacale, il relativo procedimento era stato archiviato, con conseguente operatività del divieto di bis in idem).
La Corte territoriale ha poi accertato, in relazione ad altri addebiti, elementi idonei ad escludere la illiceità della condotta, come l’aver consentito che alcuni dipendenti fossero segnalati ai clienti come installatori accreditati dal punto vendita, essendo una prassi aziendale consolidata e risalente nel tempo o la vendita a prezzo ridotto di taluni quantitativi di merce, risultando, in ogni caso, tra le facoltà del gestore del punto vendita, anche quella di operare sconti in caso di deterioramento.
Ne consegue che la Corte ha correttamente richiamato e applicato il principio, per il quale l’insussistenza del fatto contestato, di cui all’art. 18 della I. n. 300/1970, come modificato dall ‘art. 1, comma 42, della I. n. 92 del 2012, “comprende l’ipotesi del fatto sussistente ma privo del carattere di illiceità, sicché in tale ipotesi si applica la tutela reintegratoria, senza che rilevi la diversa questione della proporzionalità tra sanzione espulsiva e fatto di modesta illiceità” (Cass. n. 20540/2015; conformi, fra le molte: Cass. n. 18418/2016; n. 11322/2018).
I due motivi di ricorso, così come i restanti, sono stati pertanto ritenuti infondati ed il ricorso rigettato.